Filosofia

La parola philosophia è composta da due termini philia, amicizia e sophia, sapienza, sapere essenziale. Sebbene si possa dire che philosophia è semplicemente amicizia di sapienza, nella tradizione il termine ha ricevuto un significato plurimo.

Platone [Repubblica, 600b] attribuisce a Pitagora la costituzione di un genere di vita, il bios pythagorikos, che, trasmesso nel tempo, ha permesso di ordinare ogni atto dell’esistenza umana alla theoria, alla contemplazione dell’Essere Vero, con la quale è permesso l’attingimento di sophia, della sapientia, ovvero la conoscenza dell’Uno nella sua integralità.

Secondo Aristotele, Pitagora, interrogato sul fine dell’uomo rispose: “Contemplare il cielo” [Protreptico, fr. 11-12], da questo aneddoto si è formata l’opinione sulla costituzione originaria della vita teoretica finalizzata a sophia.

Nell’opera dei discepoli di Pitagora fu precisato anche il significato del termine philosophos, composto da philos, amico e sophos, sapiente, che definisce l’amico dell’essere sapiente e individua l’uomo dedicato alla realizzazione di sophia, colui che vuole diventare sophos attraverso il genere di vita contemplativo di tipo pitagorico. Secondo un altro aneddoto riportato da Eraclide, platonico del IV sec. a.C., i pitagorici avevano come precetto fondamentale akolouthein to theo, “seguire Dio”, al fine della realizzazione della omoiosis to theo, l’assimilazione a Dio, in quanto solo il Dio è Sophos, perché possiede vera Sophia, mentre colui che ancora non possiede sophia è solo philosophos e cerca di ottenerla amandola univocamente [Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi, I, 12].

Pitagora, secondo Eraclide, definì dunque philosophia, sia come la disposizione amorevole dell’animo tutto volto ad ottenere sophia, sia come genere di vita necessario ad attuare questo fine. La versione di Eraclide è poi accolta da Giambico nel IV sec d.C. , il Maestro siriano chiama sophia la scienza dell’essere primo e perfetto e philosophia la disciplina volta ad ottenere tale scienza [Vita di Pitagora, XII].

Ma occorre dire che la philosophia è una telete, un’iniziazione, perché l’accesso alla visione integrale dell’Essere, uno e puro, richiede una precisa separazione dell’anima dalla natura titanica, dal corpo, a cui segue un’elevazione celeste e, infine, un approdo sovraceleste, grazie al quale si ha accesso dapprima alla contemplazione mediata del Bene attraverso l’intelletto e infine si consegue l’estinzione della visione nella identificazione all’Uno.

Pitagora raccolse la tradizione iniziatica arcaica e, come vuole Erodoto [II, 81], egli riadattò i misteri orfici e definì la nuova forma della palinghenesis, della “resurrezione iniziatica” dell’anima dal corpo-soma per attingere alla Hyghieia-Soteria e trascendere il kyklos tes gheneseos, il ciclo della generazione e della corruzione, della nascita e della morte, per accedere allo stepha-nous, la sfera olimpica e pleromatica degli Dèi, liberando completamente l’anima dalla metempsicosi.

Dunque la philosophia è disciplina iniziatica analoga a quella che si svolge nei misteri classici, anch’essa porta alla epopteia e perciò alla visione integrale dell’Arcana Divinità Suprema.

La philosophia praticata nell’Associazione Igea riguarda esclusivamente la prassi iniziatica tradizionale che conduce alla perfezione di sophia, nel rispetto della sua dimensione religiosa, iniziatica e divina.

Precisazioni e rettifiche

Falsi filosofi e false filosofie. “… i filosofi sono coloro che hanno la capacità di attingere alle realtà che sono sempre nello stesso modo e identiche a sé, mentre quelli che non hanno questa capacità vanno errando tra le molte realtà che sono in molti modi e per questo non sono filosofi… “[Platone, Repubblica, VI, 484b]. Così Platone sulla natura dei veri e dei falsi filosofi, questi ultimi sono indicati anche come coloro che “… non sanno guardare a ciò che è assolutamente vero, né farvi costante riferimento, contemplandolo quanto è più possibile attentamente” [ibidem, VI, 648c-d]. Dunque il vero filosofo conosce “… ciascun vero essere…”, i non filosofi no, ne deriva che, una disciplina che non attinge alla realtà che è sempre identica a se stessa, specialmente alla Realtà in sé, non è filosofia.

Ma per attingere alla Realtà, alla visione dell’Intero, occorre uno “scioglimento dalle catene”, un rivolgimento di tutta l’anima e dell’esistenza al Reale, all’Essere, al Bene, perché la conoscenza dell’Intero si attua facendo il conoscente Intero. Senza una prassi iniziatica che identifica il veggente al visto, l’anima non può attingere alla visione, perciò fino a quando è soggetta al corpo, all’elemento titanico, per il quale diventa ottusa ed ebbra, brotos, non ha possibilità di contemplare l’Essere Vero.

Perciò l’anima deve separarsi dal corpo ed isolarsi sola in se stessa [Platone, Fedro, 64c], rompendo ogni contatto col corpo e protendendosi verso l’Essere. Così, sola, potrà disporre della pura attività razionale, priva di ogni contaminazione sensibile e potrà accedere al Reale, a ciò che non muta mai [ibidem, 66a]. “Ma risulta veramente chiaro che, se mai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza, dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima le cose in se medesime” [ibidem, 66e], perciò occorre purificarsi dal corpo, dal sensibile, perché “… a chi è impuro non è lecito accostare ciò che è puro” [ibidem, 67b]. La purificazione equivale a separare l’anima dal corpo, “a scioglierla da esso come da catene” [ibidem, 68a], e per separazione dal corpo si intende la “morte” filosofica, la vera soluzione del vincolo titanico, riattuando lo stato precedente l’incarnazione.

Quando l’anima raggiunge la separazione dal corpo ottiene il primo grado dell’iniziazione filosofica, della palingenesi, a questo risultato si dedica chi fa veramente filosofia, perché i veri filosofi desiderano ardentemente sciogliere l’anima dal corpo, e solo così facendo “… esercitano filosofia in modo retto. E precisamente questo è il compito dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo” [ibidem, 68e].

Fare filosofia equivale ad esercitarsi continuamente a “morire”, affinché l’anima purificata possa riacquistare la condizione per vedere, per attingere a sophia, chi non agisce così, chi non cerca la “morte filosofica”, non è filosofo. Ma “…«i portatori di ferule sono molti, ma i bacchi sono pochi». E costoro, io penso, non sono se non coloro che praticano rettamente la filosofia” [ibidem, 69a]. I falsi filosofi non hanno prodotto una profonda e compiuta conversione interiore, un completo mutamento di disposizione, periagoghe, nei confronti del corpo e dell’ego titanico-somatico, perciò non hanno mai ribaltato completamente la loro visione delle cose, non hanno prodotto la peristrophe, che distoglie lo sguardo dal fondo della caverna, dalle sensazioni, né hanno compiuto la metanoia, la conversione intellettuale alla dimensione intelligibile, che è fondamento della vera anabasi filosofica. Colui che manca di conversione non può essere filosofo, perché la separazione dell’anima dal corpo può essere attuata solo a far principio dalla pratica rigorosa delle virtù che purificano l’anima dal sensibile e la rendono impassibile di fronte al piacere e al dolore e verso tutti gli accidenti che possono intervenire al corpo o alla vita corporea.

Il bios philosophikos non è per falsi filosofi, non è per eruditi o “professori di filosofia”, né per sedicenti “consulenti filosofici”, in questi uomini vi è vanità e plagio della autentica filosofia, presso di essi nessuno potrà perseguire sophia. Il falso filosofo non è nemmeno in grado di esercitare una funzione protreptica, preparatoria ed esortativa, alla vita filosofica, pur essendo la formazione protreptica un’azione ancora esteriore alla via, funzionale alla sola conversione dell’anima. Il raggiungimento dello stato descritto da Socrate come “sapere di non sapere”, elimina solo la “seconda ignoranza” del brotos, l’ignoranza di ignorare il vero, ma non la prima, l’ignoranza dell’Essere e del Bene, che solo la vera pratica di filosofia risolve e con essa il male che costituisce.

Giungere al “sapere di non sapere” come fece Socrate è arduo, ma senza questo “sapere” la via filosofica non ha inizio, perciò non possono avere luogo la fuga dal corpo e poi la fuga dal mondo, “fughe” che costituiscono la vera prassi filosofica che conduce alla sophia. Nessuno potrà essere liberato dalla natura titanica e dall’ignoranza superba inerente senza una vera e completa condotta filosofica, i dinieghi e le giustificazioni sono vane.

Un’ultima precisazione. Vi sono individui che si improvvisano novelli Socrate, ad esempio nell’ambito della postmoderna “consulenza filosofica”, costoro traggono in inganno chi si rivolge a loro sia sulla natura del filosofo, sia su quella della filosofia, dicendo ad esempio che il filosofo tradizionale “continuamente ricerca”, pone domande e apre questioni, senza mai giungere ad una risposta conclusiva o ad un sapere definitivo. Ma Socrate, innanzitutto, ha ricevuto il mandato per svolgere la sua funzione filosofica direttamente dal Dio Apollo [Platone, Apologia di Socrate] e la sua opera si svolge in un contesto religioso tradizionale, quello ateniese del V-IV secolo a.C. Ma i consulenti filosofici postmoderni non hanno ricevuto alcun mandato divino, né sono soggetti religiosi, né tantomeno si collocano nella tradizione filosofica divina platonica, solo avendo percorso la quale potrebbero avere qualche legittimità per parlare in nome di Socrate e per utilizzare un metodo socratico.

Ma Socrate non fu un comune pseudo filosofo profano postmoderno, né un uomo comune a cui tutti possono accostarsi a capriccio per interessi “professionali” e fini di lucro.

Inoltre la vera filosofia apre problemi e solleva aporie solo fino ad un certo punto, solo nella fase protreptica, perché la funzione di questa fase è catartica, determina questioni, spinge il soggetto ad applicarsi ad esse facendo venire alla luce le sue contraddizioni e aporie, con il metodo ironico, per poi confutarle con il metodo elenchino.

In questo modo l’anima viene purificata dall’errore e dalla superbia, in modo che possa giungere al “sapere di non sapere”, da cui procede la exis filosofica autentica necessaria per il passaggio alla fase maieutica o anamnestica, che astrae dalla intelligenza liberata i contenuti di verità in essa presenti per natura. Alla fase maieutica e dialettica Platone dedica una precisa serie di dialoghi superiori nei quali vengono presentate “rivelazioni” sapienziali, che possono essere accolte e realizzate solo da coloro che prima sono stati purificati dalla prassi ironico-elenchica e poi si sono esercitati nella dialettica anagogica, fino ad essere pronti per le “visioni”, descritte ad esempio nella Repubblica, nel Timeo, nel Parmenide.

È da secoli che la vera filosofia platonica viene fraintesa dai profani, nella modernità sono stati persino attribuiti, sia a Socrate che a Platone, modi di essere, pensare e agire propri dell’uomo ateo, razionalista, individualista e profano, un uomo che si trova solo nell’età moderna.

Anche i cosiddetti esponenti del pensiero filosofico platonico continuano ad affermare che Platone considerava la filosofia come un anelito senza termine verso la conoscenza, senza una possibilità di conseguimento definitivo della verità e, secondo loro, proprio questa tensione interminabile costituisce l’essenza della filosofia, ma in realtà la vera filosofia platonica è proprio il contrario. Nella modernità si è affermata una critica modernista e antitradizionale che ha teso a capovolgere il senso della filosofia, per motivi ben precisi, mentre in Platone la filosofia si pratica solo per raggiungere un fine ben preciso, non per divagare perpetuamente nel vano pensare alienato del brotos soggetto alla natura titanica.

Trascurando in questa sede l’esame delle varie concezioni umane e profane della filosofia, diciamo solo che nel termine filosofia è certo incluso il tendere alla conoscenza, ma ad una specifica conoscenza, quella della Realtà Ultima, che coincide con l’Intero nella sua Integrale Totalità, che per gli uomini è l’Uno-Bene. L’anelito continuo esiste solo in funzione di un termine preciso e non è funzionale a divagare o ad errare “… intorno a realtà che sono in molti modi…”, indirizzi vani, propri del razionalismo titanico attuale, ma la tensione conoscitiva è ordinata all’assimilazione a Dio. Ma solo il simile conosce il simile, e per conoscere Dio occorre purificarsi, mentre i falsi filosofi non fanno che accrescere la loro impurità. Tutta la filosofia platonica è religiosa e non può essere affrontata da atei, che non vogliono convertirsi a Dio e assimilarsi a Lui, che è la vera misura di tutte le cose e non l’uomo,

“E qual è il modo di agire di chi è amico e seguace del dio? Uno e uno solo; quello che si esprime in questa antica massima: che il simile è amico del simile, purché sia secondo misura, perché le realtà prive di misura non solo non si attraggono fra di loro, ma neppure sono attratte da quelle dotate di misura. E per noi è dio la somma misura di tutte le cose, assai più che non lo sia l’uomo come qualcuno va sostenendo. Ora, se uno vorrà diventare amico di un essere così sublime, bisogna che quanto più è possibile si faccia simile a lui. E sulla base di tale principio possiamo ben affermare che chi fra di noi è temperante è amico di dio, proprio perché è a lui simile, mentre invece chi non è temperante è, rispetto a dio, dissimile e difforme e, per questo, ingiusto. E lo stesso dicasi per tutti gli altri caratteri.” [Platone, Leggi, IV, 716c].

A tutti coloro che ritengono la filosofia cosa umana, profana, prodotto razionalistico della ragione, perpetuo vagare del pensiero alieno dalla realtà, va detto che nulla di tutto ciò ha a che fare con la filosofia. L’anelito indeterminato, disperato, alla conoscenza fissa l’alienazione e la pena dell’anima soggetta alla condizione titanica, è una pena a cui si sottopone chi non vuole purificarsi dal suo titanismo. Il superbo vuole affermare la sua ragione vana, non vuole diventare amico di Dio, non vuole farsi temperante, puro. Purtroppo “… è facile la via del vizio e non costa sudore il percorrerla per la sua straordinaria brevità. Invece – egli aggiunge – alla virtù gli dèi immortali han posto innanzi il sudore e la via che porta ad essa è ripida, lunga e all’inizio impervia” [ibidem, IV, 718e-719a]. Ma i viziosi protervi si arrendono subito, oppure non prendono nemmeno in considerazione la vera via, loro “sanno”, così vagano, vagano e vagano, errano ed errano, senza speranza e mai potranno attingere il vero Bene, conoscere la Verità, raggiungere la Epopteia, la visione integra, semplice, immutabile e beata, costituita nella pura luce iperurania, nell’illuminazione misterica più elevata [Platone, Fedro, 250c].