Condizioni necessarie per praticare la via filosofica

Platone nella Repubblica [VI, 502c-503e] descrive le doti innate che l’uomo deve possedere per intraprendere la via filosofica. Queste doti devono essere intellettuali, ma anche volitive e corporee, perché il filosofo cura il corpo con un preciso esercizio, affinché non sia alterato o indebolito, in quanto l’anima deve applicarsi col corpo alla disciplina dello studio, disciplina che il vero filosofo deve affrontare con massimo ardore, con gioia e senza alcuno scoraggiamento [V, 475c; VI, 504 a].

Oltre a doti innate, l’aspirante filosofo deve dimostrare di amare la sapienza, la contemplazione dell’essere e della verità, nella loro realtà ultima e intera [V, 474d].

Inoltre colui che ha vocazione filosofica ama l’essere in tutte le forme [V, 480 a].

In ultima istanza il candidato alla sapienza-salute deve possedere una completa conversione della sua anima, in modo che egli sia tutto disposto ad ottenere la perfezione della conoscenza e quindi possa ordinare ogni atto della sua esistenza al fine ultimo della vita, al Sommo Bene. Il filosofo deve avere sempre l’essere perfetto e immutabile come punto di riferimento e termine di ogni sua azione, così può penetrare in ciò che è assolutamente vero senza essere irretito da oggetti limitati e non perfetti e dalla rete delle opinioni che attorno a questi oggetti viene tessuta da parte dei non filosofi [VI, 484 a].

Se la via è affrontata col pieno possesso delle qualità filosofiche fondamentali, il successo potrà arridere più facilmente al praticante, se invece le qualità descritte sono presenti solo in modo parziale nel filosofo, il raggiungimento della meta finale sarà per lui più difficile, oppure potrà raggiungere solo stadi di realizzazione della sapienza-salute non completi. Infine, se le qualità descritte sono completamente assenti nell’aspirante filosofo, non sarà possibile ottenere alcun risultato.

Seneca diceva, facere docet philosophia, non dicere [Lettere a Lucilio, 20, 2], con questa frase interpretava un elemento fondamentale di tutta la filosofia tradizionale, ovvero, non c’è filosofia senza vita filosofica, senza che ogni atto della persona traduca i principi, le dottrine filosofiche nell’esistenza concreta, nel facere, nel vivere.

Pitagora fondò in modo esemplare il bios philosophikos, un ordine di vita che comporta un completo ritiro dalla commistione con il volgo non dedito a filosofia, in modo che, come dice Porfirio [Dell’astinenza, I, II, 3], l’uomo vive sempre secondo lo spirito, vale a dire in accordo con la sua essenza autentica, l’intelletto, perché la vita secondo l’intelletto è la sola che attua la natura dell’uomo e perciò è l’unica che porta all’autentica felicità. Ma la vita secondo intelletto è il bios theoretikos, un regime di vita ove ogni atto dell’uomo è ordinato alla realizzazione della contemplazione immediata, della Theoria dell’Essere-Uno, attività nella quale risiede il sommo bene dell’uomo, la sua Hygheia-Salvs.

L’anima deve scegliere, o conserva la soggezione all’ignoranza, al vizio, alla sofferenza, oppure si libera dall’ignoranza, persegue la virtù, l’impassibilità e la perfetta felicità.

Questa scelta deve tradursi in bios, in vita, nel facere, affinché non vi sia nei suoi atti un contrasto con i suoi pensieri, con le sue parole, né con il fine di sapienza-salute a cui l’anima è ordinata per natura.

Affinché la conoscenza vera sia realmente acquisita e compresa dall’essere razionale dell’uomo, occorre una profonda e compiuta conversione interiore, un completo mutamento di disposizione, periagoghe, che ribalti completamente, peristrophe, la visione, metanoia, e perciò la relazione dell’anima con le cose.

Fino a quando l’anima non cessa di essere superba, presuntuosa, se non risolve l’ostinata negazione del suo essere ignorante e viziosa, non può dare inizio ad alcuna via di salute.

L’insegnamento sulla cura di sé, indicato dal Dio Apollo, ricevuto da Socrate e trasmesso da Platone, ha la sua base nell’esame accurato, compiuto secondo ragione, dello stato della conoscenza e degli atti propri dell’anima, per verificare lo stato di ignoranza, di errore del giudizio, dell’attribuzione impropria del valore di bene alle cose indifferenti o maligne, fino a rendere ragione delle motivazioni di tutti gli atti pratici, per valutare la loro rettitudine o la loro perversione. In quanto cura dell’anima, epimeleia tes psyches, la filosofia deve stabilire una diagnosi iniziale del “malato”, perché, come dice Epicuro, initium est salutis notitia peccati [Us.22]. Infatti la via della salute inizia dal momento in cui l’anima prendere atto del suo “peccato”, del suo errare, della malattia che la prostra, dell’ignoranza radicale.

Ma “prendere atto” della soggezione al male è un’operazione precisa, che ciascun aspirante alla salute deve fare da sé. Perciò Socrate, attraverso il dialogo catartico, conduce il “malato” a “rendere conto di sé, del modo in cui vive e del suo passato”[Platone, Lachete, 187 d].

Nell’intima essenza dell’anima deve costituirsi un mutamento profondo, la conversione è sdegno per l’ignoranza, disprezzo per il male del vizio, è amore univoco del vero, del giusto, della virtù, è la volontà salda di essere coerente, unitario, conforme alla ragione e all’essere in ogni atto.

Fino a questo punto deve giungere l’azione catartica dialettica, perciò chi svolge azione protreptica, ironica ed elenchica, non deve lasciare andare “l’interlocutore prima di averlo sottoposto ad un vaglio minuzioso, al limite della tortura” [Ibidem, 188 a], e l’interlocutore non deve considerare un male quel trattamento, anzi deve gradirlo fino ad amarlo e ricercarlo, allora si costituirà un vero principio di conversione, per il quale la via salvtis diventerà efficace.

Dunque per praticare con successo la via filosofica, la via che realizza il sommo bene dell’uomo, occorrono alcune condizioni, in ogni caso, la costituzione della conversione completa dell’anima è la condizione finale fondamentale, in quanto solo la conversione rende possibile la pratica della divina filosofia medica, della cura animi, in vista della liberazione dell’anima dalla natura titanica, dalla soggezione alla morte e alla corruzione.

L’anima convertita mira con fermezza alla sapienza, alla salute, alla beatitudine, perciò rende coerente ogni suo atto con il vero fine di bene.

Se l’anima non dispone dell’adeguata conversione, avrà grande difficoltà per intraprendere efficacemente la via che conduce alla salute.

Se l’anima rifiuta di convertirsi alla virtù e alla sapienza, di ordinare ogni suo atto alla salute, non avrà alcuna possibilità di realizzare la salute.

Il tipo di reazione che le anime, superbe e viziose, manifestano a seguito della prognosi che il vero filosofo medico compie nei loro confronti, costituisce un primo segno per verificare il grado della loro curabilità.

Quanto più l’anima è ignorante e impura, quanto più è afflitta da superbia, quanto più la malattia si è sviluppata in essa, perciò più grave è la sua perversione e molto scarsa la sua curabilità. L’anima malata ignora ogni cosa di sé e del suo bene, perciò dedica la vita al suo male, giudicata dal sapiente reagisce in modo erroneo alla descrizione dello stato della sua salute, rimane indifferente, oppure in essa appare scetticismo razionalistico, oppure si ribella ed aggredisce. Se la superbia è molto grave, l’anima può avere aspre reazioni nei confronti di chi effettua un prognostico sulla sua salute.

Un anima molto malata avrà enormi difficoltà a dare avvio, anche in modo elementare, alla conversione, perché rimane superbamente convinta della verità delle sue opinioni, sebbene siano state confutate come errori, allora cercherà complicità nei falsi filosofi medici per continuare la sua vita nell’ignoranza e nel vizio, scambiando la salute con il piacere, con il “benessere psicofisico e sociale”.

Queste anime che hanno fatto una scelta contro il loro bene, a causa della loro ignoranza-superbia, come dice Proclo : “Soffriranno tutto ciò che devono soffrire a causa della loro scelta”. [Proclo, Sulla esistenza del male, II, 24].