La concezione della Salute come “benessere” secondo la O.M.S. e la filosofia epicurea
– La riduzione della Salute al benessere edonistico dell’uomo-animale
(parte III)
La filosofia di Epicuro attirò a sé una lunga serie di confutazioni per la infondatezza metafisica delle sue posizioni, ma specialmente per le conseguenze morali e civili a cui conduce. La critica principale riguarda l’indicazione di un falso bene, Epicuro confonde persino la vita maligna dell’uomo, fondata su ignoranza e falsa opinione, con la vita benigna, perché la sua “filosofia” manca dell’autentica scienza della natura dell’uomo e perciò del suo bene.
Plutarco rileva la meschinità della filosofia epicurea in quanto ricerca della “misura del piacere”, anche se questa ricerca viene trasferita dal corpo all’anima[14]. Vergognoso è il saggio epicureo che gioisce nel rammemorare piaceri passati, con le loro affezioni e moti[15], un’anima semplicemente temperante non lo farebbe, per cui anche Carmide derise gli Epicurei nella loro pratica del ricordo dei piaceri, per il fatto che dicevano fra sé “quante volte mi sono congiunto con Edea?”, oppure “in quale mese ho pranzato tanto suntuosamente?”[16]. Il disprezzo degli Epicurei è determinato dal fatto che essi reputano che “lo stato di benessere della carne, e la fiducia in esso, contiene la gioia più alta e più incrollabile per quanti sanno bene considerare” [17]. Da queste posizioni erronee derivano le loro assurdità, perciò dice Plutarco:
Anzitutto, guarda cosa fanno costoro, trasportando su e giù questo piacere, o assenza di dolore o benessere, dal corpo all’anima, e poi ancora da questa a quello, costretti a tenerlo stretto al suo principio, poiché il corpo non lo trattiene ma esso defluisce e si spande tutt’attorno, e sorreggendo ‘il piacere della carne – com’egli dice – con ciò che dà gioia dell’anima’, e pervenendo poi ancora da ciò che dà gioia a ciò che dà piacere, tramite la speranza. E com’è possibile che, quando è scosso il sostegno, non sia scosso anche ciò che vi poggia sopra, o che vi siano una salda fiducia e una gioia calma circa una realtà esposta a tali burrasche e a tutti i mutamenti che abbattono il corpo, sottoposto a molte costrizioni e colpi provenienti dall’esterno, e recante in sé i principi di mali che il ragionamento non può volgere altrove? [18]
Su queste basi le situazioni corporee come “difficoltà di orinare, dissenterie, deperimenti e idropisie”[19], dovrebbero essere considerate “disgrazie” per gli uomini assennati, ma ciò è falso, essendo cose indifferenti. Ma chi prende “come principio di ogni gioia il benessere della carne”[20], non può non incorrere in queste assurdità. Una sicura e salda fiducia circa il benessere della carne “non può presentarsi in un’anima assennata”[21], perché, chi ha “riposto il bene nel benessere del corpo, e nella speranza relativa al corpo, non può portare a termine la vita senza paure e senza agitazioni.”[22] È più sensato “sperare nel bel tempo d’inverno piuttosto che nel persistere stabilmente dell’incolumità della carne”[23], in quanto il corpo è soggetto a molteplici accidenti esterni, ma dall’interno riceve ancora più attentati, per la carne è esposto a caducità, corruzione, impermanenza, in generale alla precarietà del non essere. Poeti, filosofi, medici dicono che l’estremo “benessere” del corpo è precario[24], che l’uomo fiorente nella carne può spegnersi come una stella cadente in un istante[25], che il mantenimento della costituzione atletica richiede molti affanni e una volta raggiunta è molto instabile.
Perciò non si può avere quiete stabile se questa dipende dal benessere del corpo e dalle circostanze in cui il corpo è calato, se si raggiunge, con molto impegno, un certo equilibrio del temperamento, un certo stato di “salute corporea”, non vi è alcuna certezza di conservarlo[26], perciò si vivrà sempre nel turbamento, nell’ansia determinata dal futuro stato del corpo, se l’animo è fatto dipendere dall’elemento corruttibile. È la stessa natura della carne a rendere incerta e piena di paure la vita degli uomini, i quali nutrono vane speranze di felicità e benessere se continuano a poggiare su di essa[27].
Il fondamento epicureo del vivere piacevole, non solo non ha alcuna affidabilità, ma è spregevole e sostanzialmente di nessun conto[28]. Gioire è per gli Epicurei scampare ai mali, “come dice Metrodoro nel suo Contro i Sofisti: «Sicché il bene è proprio questo, la scomparsa del male: non v’è alcun luogo ove collocare il bene, infatti, qualora non se ne sia ritirata la sensazione dolorosa o penosa»[29], ma la scomparsa dei “mali” è cosa misera, scadente e sciocca, così come dire “di non provare né pene, né dolori” e paragonarsi per questo agli Dei immortali. Tutto ciò è ignobile, perché gli Epicurei provano una “felicità” che si assimila a quella di porci e pecore, e per questo si reputano simili agli Dei, erroneamente essi “giudicano cosa beata l’appagamento della carne e dell’anima in quanto ha rapporto con il corpo.”[30] Gli animali superano, nell’attuazione del benessere, gli Epicurei, perché il loro scopo “non è lo scampare al male”, ma, fuggito il male, cantano, nuotano, volano, giocano, perché per natura sono portati a cercare l’attuazione del bene della loro natura, il bene loro proprio, cosa che l’epicureo non fa, perché non ricerca il bene proprio dell’uomo[31]. Porre come mèta lo scampare ai mali è meschino, una piccola cosa, il vero sviluppo del vero bene dell’uomo ha inizio ben oltre, in quanto occorre realizzare prima la apatheia, perché nello stato indicato da Epicuro l’anima è ancora mescolata al male[32], dopodichè l’anima può elevarsi alla contemplazione per attualizzare la sua natura nella visione immediata dell’Uno-Bene. Nella risalita dall’oscurità della vita carnale verso l’apice della Luce, gli ignoranti si fermano a piccole tappe, insulse e insignificanti, e considerano quelle tappe la meta della vita dell’uomo.
Così pensano Epicuro e Metrodoro, che considerano la fuga dal male [inteso come dolore] come l’essenza e l’apice del bene, e gioiscono di una gioia da schiavi o da prigionieri liberati dal carcere, lieti di ungersi e di lavarsi dopo i maltrattamenti e le sferzate, essi che non hanno mai assaporato e nemmeno visto una gioia libera, pura, incontaminata e integra. [33]
Gli Epicurei reputano sommo bene non soffrire, non aver paura degli Dei, non essere turbati dai tormenti dell’Ade, ma questo risultato, anche quando fosse attuato rettamente, è cosa misera, non è che piccola traccia della beatitudine che spetta all’uomo[34]. Ma gli Epicurei cercano questo risultato in modo non retto, aberrante, si rigirano continuamente in vuote opinioni e, invece di accordare l’animo dell’uomo con la verità ontologica, adoperano la ragione in senso contrario, ponendo come fine della saggezza ciò che si trova spontaneamente negli animali[35].
Se l’accento è posto solo sull’essere privo di mali, non importa se questa assenza è attuata per merito o per natura, inoltre lo stato “privo di mali” ottenuto per natura è più stabile di quello che si consegue con disciplina. Ma gli animali non patiscono per le preoccupazioni del corpo, né hanno paura degli Dei o accusano turbamenti per ciò che li attende all’Ade, essi possiedono per natura ciò che gli Epicurei cercano con “filosofia”, dunque essi non prevalgono sugli animali, al contrario fruiscono di uno stato di “benessere” più precario del loro.
Dunque Epicuro stesso, quando asserisce che ‘se non ci molestassero affatto le apprensioni circa i fenomeni celesti e inoltre circa la morte e i dolori, non avremmo mai bisogno della scienza della natura’, ritiene che la ragione ci conduca al punto in cui gli animali si trovano per natura: essi infatti non nutrono sciocche apprensioni sugli dèi, non sono molestati da vuote opinioni su ciò che ci attende dopo la morte, e in generale non immaginano e non conoscono niente di spaventoso al riguardo.[36]
Gli Epicurei non hanno cognizioni adeguate sugli Dei, sulla loro attività provvidenziale e sul senso della religione, coinvolgono molti uomini nel loro errore e li sviano dalla verità, ottundendoli fino al punto di portarli a provare, dopo molta fatica, ciò che gli animali provano, meglio, per natura. La disciplina filosofica epicurea si risolve in un ateismo pratico, nella “razionale” cancellazione della conoscenza degli Dei, della Provvidenza, della religione, della vera essenza dell’uomo e della sua natura religiosa. La pratica edonistico-utilitaristica porta all’abbrutimento il “filosofo” epicureo, una volta deviata la sua ragione egli si rigira penosamente in vane opinioni sul piacere, sul desiderio, sulla morte, il travaglio che egli patisce gli animali non lo soffrono, se non accidentalmente nel momento in cui sono minacciati di perdere la vita[37].
In definitiva, le effusioni dell’anima a causa della carne e per la comodità della carne, anche se sono “moderate”, non hanno alcunché di grande o apprezzabile, se sono eccessive, oltre ad essere vuote e instabili, sono volgari e insolenti, e qualcuno potrebbe definirle né “dell’anima”, né “gioie”, ma solo piaceri corporei e per così dire “partecipazioni dell’anima alla mollezza”[38]. Il vero bene dell’uomo è la sapienza, che è divina, incorruttibile e sovratemporale, il suo possesso reca la beatitudine, uno stato puro di fruizione dell’Essere non frammisto al male, perché non ha relazioni col corpo, né dipendenza dalla vita corporea. La sapienza si consegue solo con la separazione dell’anima dal corpo, prodotta dalla ascesi intellettiva, mediante la quale si ottiene la gnosi divina, che non si limita a mantenere nel piacere statico l’anima vincolata alla vita carnale mortale, al contrario stabilisce nella beatitudine l’essere dell’uomo, svincolato dal corpo e dalla morte. Il vero bene dell’uomo, dunque, trascende la sensazione e ogni relazione con la sfera sensibile, ma gli Epicurei bandiscono la scienza che separa l’anima dal corpo, perciò bandiscono il vero bene, per attenersi alla turpe ricerca dei piaceri corporei e alla rievocazione di quelli passati, specie quando non ne possono provare nel presente. I seguaci di Epicuro ignorano la vera beatitudine della contemplazione, riducono il fine della vita dell’uomo al piacere impuro della vita mortale[39], ed evitano che l’anima fruisca il vero “piacere” puro della contemplazione.
Ma di questo piacere [della contemplazione] costoro non partecipano, né affermano di partecipare, né vogliono partecipare: ma, tirando verso il corpo la facoltà contemplativa dell’anima e la trascinano giù mediante i desideri della carne come fossero pesi di piombo. Non differiscono in nulla da stallieri o da pastori, che gettano davanti alle loro bestie foraggio o paglia o qualche erba, perché si addice loro di nutrirsene e pascersene. Ma così non pretendono forse di ingrassare come un porco l’anima, la quale gioisce solo in quanto spera o prova o ricorda qualcosa riguardo alla carne, senza consentirle di afferrare o cercare qualcosa di piacevole o di dilettevole suo proprio, che essa derivi da sé? [40]
Dunque non è possibile vivere felici, né sani, seguendo Epicuro, egli che, assalito da gravi malattie, andò incontro alla morte tra dolori terribili[41], trovando piacere nel ricordo della fruizione dei piaceri trascorsi, e affermando opinioni vuote sulla morte e sul destino postmortem dell’anima, facendo appello alla dissoluzione e all’insensibilità:
“Speri in qualcosa di utile dagli Dei, per la tua pietà? Sei fuori di senno: ciò che è beato e immortale non ha rapporti con l’ira né con la benevolenza. Dopo la vita immagini qualcosa di meglio di quel che hai avuto in vita? Ti inganni: ciò che si è dissolto, infatti, è insensibile, e ciò che è insensibile non esiste per noi”.[42]
Attraverso l’eliminazione dell’incorporeo, Epicuro rinchiude l’uomo in un grossolano carnalismo, toglie ogni senso alla condotta morale e alla giustizia, e uccide l’anima con l’ignoranza dicendo:
“Una sola volta siamo nati noi uomini, non è possibile nascere due volte: e si deve non esistere più per l’eternità”.[43]
Negata l’immortalità dell’anima e la teodicea che regola i suoi destini, viene negata anche la soteriologia e dunque il fine di gloria che spetta ai buoni che nella vita si sono emancipati dal corpo e dal vizio. Allo stesso modo viene occultato il penoso destino post mortem degli empi e dei viziosi, che hanno passato la vita nella superbia e nella tracotanza, ricercando i piaceri impuri e bestiali, deridendo gli uomini pii, giusti, santi e sapienti[44]. La morte è indifferente, è un male per gli empi come Epicuro che la patiscono e all’Ade vanno incontro alle sanzioni, al contrario è un bene per i buoni che dal corpo si liberano in modo definitivo, ma non per andare incontro a insensibilità e dissoluzione, ma per fruire la beatitudine e la gloria degli Elisi. Epicuro ha indicato una “filosofia” che annienta l’uomo, la morale, la religione, il vero bene, in particolare ha:
“…accecato l’amore di sapere della facoltà contemplativa e l’amore di onori della facoltà attiva, ha ridotto la gioia dell’anima, limitandola alla carne, in un ambito davvero scarso e neanche puro, e ha umiliato la natura, come se per essa non vi fosse alcun bene maggiore dello scampare al male”. [45]
La “filosofia” epicurea, edonistica, utilitaristica e materialistica, si risolve in un egoismo individualistico particolaristico, volto alla cura del “benessere” interiore e corporeo del singolo, in quanto uomo carnale. Questo orientamento porta ad una attenta selezione degli impieghi, delle persone, della vita sociale, politica e religiosa, in funzione del piacere e in opposizione alla giustizia. Invece di indirizzare l’uomo alla giustizia, alla conoscenza teologica, al culto religioso tradizionale, Epicuro svaluta completamente l’impegno politico e i doveri della vita civile e religiosa, perché ritenuti “innaturali” e producenti continui turbamenti e dolori, elementi che pregiudicano la ricerca dell’atarassia, l’unico bene che l’anima, individualisticamente, si deve porre come fine. Secondo Epitteto, Epicuro disse:
Non ingannatevi, uomini, non lasciatevi raggirare, non cadete in errore. Non vi è alcuna società naturale degli esseri ragionevoli gli uni verso gli altri, credetemi: quelli che dicono altrimenti vi ingannano con falsi ragionamenti.[46]
Gli inviti alla vita individualistica, all’intimismo, al disimpegno politico e sociale, all’abbandono del culto e della religione, sono costanti nell’Epicureismo, mentre la ricerca del quietismo sensistico, dell’atarassia edonistica, sono continuamente promossi, questi ultimi fini devono essere perseguiti innanzitutto, per non dire esclusivamente, nessun altro bene deve essere subordinato ad essi.
Secondo Epicuro è possibile solo un’amicizia fondata sul comune fine di bene, sulla ricerca del necessario piacere statico, sulla comunione della condotta di vita che, edonisticamente indirizzata, deve portare al bene epicureo. L’amico deve essere utile al fine, una comunità di amici deve avere leggi che consentano di raggiungere utilitaristicamente il piacere comune e per tutti, nella massima misura. Per vivere nella comunità epicurea occorre liberare l’anima dalle paure che induce la religione e dagli affani prodotti dalla vita politica e sociale.
Un indirizzo analogo a quello epicureo, ma ancora più degradato, è oggi diffuso pressoché ovunque. Dopo oltre due secoli di applicazione generalizzata della filosofia morale edonistica, rielaborata modernamente fra fine settecento e metà ottocento da Jeremy Bentham (1748-1832) e John Stuart Mill (1806-1873), anche la medicina postmoderna ha fatto proprio il fine edonistico radicale per la vita dell’uomo, la concezione della “salute come benessere” costituisce un indirizzo ancora più nefasto per l’uomo, rispetto a quello già perverso presentato dalla filosofia epicurea.
[14] Plutarco, Non è possibile vivere felici seguendo Epicuro, Como-Pavia 1997, pag. 37.
[15] Ibidem, pag. 38.
[16] Ibidem, pag. 39.
[17] Ibidem, pag. 40.
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Ibidem, pag. 41.
[21] Ibidem.
[22] Ibidem.
[23] Ibidem.
[24] Ibidem, pag. 42.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem, pag. 43.
[27] Ibidem.
[28] Ibidem, pag. 44.
[29] Ibidem.
[30] Ibidem, pag. 45.
[31] Ibidem.
[32] Ibidem, pag. 46.
[33] Ibidem.
[34] Ibidem.
[35] Ibidem.
[36] Ibidem, pag. 47.
[37] Ibidem, pag. 48.
[38] Ibidem, pag. 48.
[39] Ibidem, pag. 55.
[40] Ibidem, pagg. 58-59.
[41] Ibidem, pag. 67.
[42] Ibidem, pag. 78.
[43] Ibidem, pag. 82.
[44] Ibidem, pag. 84.
[45] Ibidem, pag. 89.
[46] Epitteto, Diatribe, II, 20,6.
da L.M.A. Viola, L’Arte Sacra di Esculapio
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