La concezione della Salute come “benessere” secondo la O.M.S. e la filosofia epicurea
– La riduzione della Salute al benessere edonistico dell’uomo-animale
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), la “salute dell’uomo” è uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”[1]. Sulla base di questa definizione si è formato il concetto di “diritto alla salute”, il quale, dovendo essere garantito dagli Stati, assegna a questi ultimi compiti molto gravosi, in quanto devono promuovere tutto ciò che favorisce la “salute” e intervenire eliminando tutto ciò che influisce negativamente su di essa.
La definizione della “salute” data dalla O.M.S. è ritenuta molto impegnativa, persino utopistica, perché indica una completa soddisfazione della persona, “al di là degli stili di vita”, che equivale ad una forma di “felicità” che, come vedremo, non può essere mai raggiunta, data la molteplicità delle condizioni accidentali che dovrebbero verificarsi. Per molti la formula rimane solo un termine finale normativo, in funzione del quale orientare le azioni salutari. È certo che la riduzione della Salute ad elementi contingenti e fenomenici, rende la sua attuazione impossibile, essendo dipendente dalle circostanze spazio-temporali. Su questi punti si è sviluppato un dibattito internazionale, dal quale si sono prodotte alcune formulazioni alternative sulla natura della “salute”, ma sino ad oggi hanno avuto scarso rilievo, rimanendo tutte inappropriate e inadeguate. La definizione della “salute” data dall’O.M.S. rimane ancora quella di riferimento per tutti i sistemi medici degli Stati del mondo, ma questa definizione costituisce la parodia, la sovversione del vero senso della Salute, ed è il frutto del degrado estremo della medicina, un degrado che ha come conseguenza l’eliminazione della Salute.
Per procedere alla rettificazione della definizione di “salute”, data dall’O.M.S., occorre precisare innanzitutto il concetto di “benessere”. Nel rapporto della commissione dell’Osservatorio Europeo sui sistemi e sulle politiche per la “salute”, a cui aderisce anche l’ufficio europeo dell’O.M.S., è stata delineata la definizione di benessere, con il quale viene fatta coincidere sostanzialmente la “salute”. S’intende per benessere “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale, spirituale che consente alla persona di raggiungere e mantenere il suo potenziale operativo nella società”. Questa definizione di benessere risulta molto generica e confusa. Se si divide la parola benessere nei termini che la compongono bene ed essere, si potrebbe pensare ad una riproposizione della realizzazione del termine metafisico dell’azione morale della persona umana, ma non è così, in quanto il bene-essere del soggetto umano, che corrisponde all’attuazione del bene del suo proprio essere, perciò inerisce alla retta realizzazione della sua natura sostanziale e ontologica, è tutt’altra cosa da ciò che intende la O.M.S. La parola benessere potrebbe significare anche attuare bene l’Essere stesso, ma la connotazione che si dà al termine benessere, come si evince dalle definizioni sopra esposte, non corrisponde all’essere del soggetto, né all’attuazione del suo bene, in quanto il benessere conseguito dalla O.M.S. non corrisponde a ciò che l’uomo fruisce nella realizzazione dell’atto puro del suo essere-essenza, sostanza permanente ed eterna, ossia a ciò che propriamente dovrebbe essere definito con il termine beatitvdo, beatitudine, conseguenza dell’attuazione della vera Salute.
Il benessere, nell’orizzonte dell’O.M.S., ha una connotazione spiccatamente edonistica, inoltre la sua realizzazione è vincolata alle circostanze esteriori, e alla vita pratica, infine non attiene al soggetto essenziale, ma ai suoi veicoli inferiori di manifestazione, che per loro natura sono mutevoli e impermanenti, come il corpo ad esempio, o le attività delle facoltà dell’anima. Quando si fa riferimento allo stato “spirituale” lo si confonde con una vaga tendenza psichica verso lo “spirito”. La definizione generale della “salute” dell’uomo, data dall’O.M.S., è una maldestra caricatura della definizione del sommo bene a cui l’uomo è ordinato, quel bene che è lo scopo del suo essere e che deve costituire il fine di ogni suo agire pratico o teoretico. La definizione del “benessere come salute” è una caricatura persino del piacere catastematico, della concezione materialistica della “salute dell’anima”, così come è stata presentata dalla filosofia epicurea.
Epicuro pose nel conseguimento del piacere il fine della vita dell’uomo, e nella fruizione del piacere catastematico lo stato migliore dell’anima, ma ebbe cura di distinguere la natura del piacere, rettificando l’indirizzo cirenaico di Aristippo, che subordinò il piacere superiore, autentico, al piacere cinetico, effimero.
Per questo diciamo che il piacere è principio e fine del vivere felicemente. Lo consideriamo infatti come un bene primo e connaturato a noi, e da esso muoviamo nell’assumere qualsiasi posizione di scelta o di rifiuto, così come ad esso ci rifacciamo nel giudicare ogni bene in base al criterio delle affezioni.[2]
Anche per Epicuro il bene autentico dell’uomo corrisponde all’attuazione della sua essenza, alla realizzazione piena e libera di ciò che esso è realmente. Questa realizzazione, nelle tradizioni filosofiche pre-epicuree, corrisponde alla beatitudine, interiormente, e esteriormente alla felicità, ma Epicuro, contrariamente alla visione delle altre filosofie, si distaccò da esse nel definire l’essenza dell’uomo, la ridusse all’anima e alle sue operazioni sensibili, e disse che l’anima era costituita da un aggregato impermanente di atomi. Composta allo stesso modo di atomi e vincolata al corpo, l’anima fu reputata materiale come il corpo, cosicché l’uomo vivente venne indicato come composto da due elementi entrambi materiali.
Ma se l’anima è materiale, materiale dovrà essere il suo bene, riducendo il suo statuto all’orizzonte sensibile e corporale, il bene dovrà essere relativo alla sensazione, e l’acquisizione della verità procederà dall’attività sensistica ed empirica. Epicuro ridusse il fine della vita dell’uomo al conseguimento della sensazione piacevole stabile, statica, e alla eliminazione del dolore. Egli reputò che il fine della vita fosse implicito nell’istinto innato nell’uomo, fin dalla nascita, ma così confuse ciò che nell’uomo è proprio dell’uomo, la ragione, con ciò che nell’uomo è comune con gli animali: il senso, l’istinto di conservazione del corpo, la tendenza al piacere. Dunque, se l’uomo tende per la sua natura intrinseca al piacere, il perfetto piacere costituisce il fine ultimo del suo tendere, perciò il perfetto piacere è anche il sommo bene, in esso si realizza il senso della vita umana, e dunque anche la felicità e la salute. L’uomo epicureo è un uomo carnale, nel quale la facoltà razionale e la facoltà arditiva, con i rispettivi livelli di appetitvs, sono subordinate alla facoltà desiderativa e al relativo impulso al piacere. In questo modo l’uomo viene negato nel suo essere specifico e l’ordine gerarchico delle facoltà dell’anima viene invertito, in modo tale che tutte le operazioni dell’anima dell’uomo si risolvono nell’acquisizione del piacere dell’anima derivato dalla vita carnale.
Secondo Epicuro, non esiste altro fine per l’uomo se non il piacere sensibile, per cui l’ottenimento del massimo piacere sensibile è principio e fine del vivere felicemente, o, come dissero i suoi discepoli, del “vivere in modo salutare”.
Quanto a me non so immaginarmi il bene se si sopprimono le delizie del gusto, quelle dell’amore, quelle dell’udito, e i moti di piacevolezza che derivano dalla visione delle belle forme.[3]
Non saprei cosa intendere per bene se si prescinde da quei piaceri che si avvertono con il gusto, da quelli (che si hanno dai piaceri erotici), da quelli che provengono all’udito dai canti, da quei moti gradevoli che si hanno alla vista delle belle forme, e da tutti gli altri che possono verificarsi in un essere umano per mezzo di qualunque dei sensi. Né in realtà si può dire che la gioia del pensiero sia da considerarsi il solo bene. Anche se il pensiero gode proprio per la speranza di possedere tutti quei piaceri che sopra ho enumerato, e di allontanare, con tale possesso, il dolore.[4]
In aperto contrasto con le filosofie tradizionali, il piacere viene considerato un bene, il sommo bene, non l’eventuale conseguenza dell’attuazione della virtù, mentre, in rapporto alla vera natura dell’uomo, il piacere va considerato indifferente, in quanto elemento irrazionale, come il dolore, due elementi entrambi soggetti all’opinione, che non possono essere considerati beni o mali.
[1] L’Organizzazione mondiale della Sanità è una agenzia dell’O.N.U., istituita nel 1948 con l’intenzione di organizzare una politica sanitaria mondiale che consentisse all’umanità di raggiungere il più alto livello di salute possibile. La definizione della “salute dell’uomo” da noi riportata risale al 1948 e ha visto poi alcune applicazioni specifiche nel campo delle attività sociali e civili finalizzate ad attuare il piano originario: creare condizioni favorevoli alla “salute” predefinita. A partire dal 1978, con la dichiarazione di Alma Ata è stata inaugurata una nuova concezione della sanità pubblica, attraverso la quale le organizzazioni sanitarie nazionali si sono impegnate a costituire sistemi per favorire la promozione della “salute”. Dal 1984 il programma di promozione sanitaria nelle nazioni è stato ufficializzato, ciò che favorisce la “salute” viene così definito: “La promozione della salute è il percorso che permette alle persone di aumentare il controllo su di sé e migliorare la propria salute.” Ad Ottawa, Ontario, Canada, dal 17 al 21 Novembre 1986, si tenne una conferenza dell’O.M.S., da cui scaturì un documento finale sulla promozione della “salute”: “La promozione della salute è il processo che mette in grado le persone di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla. Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte. La salute è quindi vista come una risorsa per la vita quotidiana, non è l’obiettivo del vivere. La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche. Quindi la promozione della salute non è una responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma va al di là degli stili di vita e punta al benessere.”
Negli anni successivi i termini della promozione della “salute”, secondo la definizione dell’O.M.S., si sono ampliati, dalla conduzione degli individui a quella degli Stati, per sostenere programmi sanitari adeguati al fine da perseguire.
[2] Epicuro, Lettera a Meneceo, 128 e segg.
[3] Ateneo, Deipnosoph., XII, p. 546e.
[4] Cicerone, Tusc. Disp. III, 18,41.
da L.M.A. Viola, L’Arte Sacra di Esculapio
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