Per comprendere la natura della Psicologia e Psicoterapia Filosofica Integrale Tradizionale è necessario mostrare quali siano le principali differenze fra di esse e gli indirizzi pseudo psicoterapeutici contemporanei. Un’autentica psicologia deve possedere la conoscenza integrale della psiche, perciò deve avere una chiara nozione della sua origine, della sua natura, della sua funzione, della sua attività, inoltre deve conoscere esattamente quale sia il bene dell’anima e perciò anche quale sia la sua salute. Se poi la psicologia vuole essere fondamento di psicoterapia deve possedere una completa cognizione del male in sé, poi del male relativo all’anima, inoltre deve distinguere che cosa è realmente patologico da ciò che non lo è, quindi deve descrivere la genesi del male e distinguere i diversi gradi di malignità-malattia che caratterizzano l’anima malata. In relazione a tutto ciò non può essere esclusa da un’autentica psicologia la conoscenza della catabasi, del processo che associa l’anima al corpo e costituisce l’uomo sensibile e vivente, delle relazioni esistenti fra anima e corpo, dei rapporti che le facoltà dell’anima costituiscono col cervello e il sistema nervoso e infine occorre conoscere la situazione dell’anima incarnata e la condizione di pena dell’uomo carnale. Allo stesso modo un’adeguata psicoterapia non può ignorare l’insieme della prassi anabasica che consente di risolvere la soggezione dell’anima alla natura titanica e poi di trascendere la dimensione cosmica e temporale.

L’insieme della prassi filosofica integrale tradizionale costituisce un patrimonio di valore universale, trasmesso nei millenni dai maestri e dai discenti nell’arte, questa prassi fonda sulla scienza metafisica integrale dell’anima e si traduce in una disciplina terapeutica consolidata e sperimentata, di sicura efficacia. Qualsiasi “terapia” che si arroga il trattamento della sofferenza dell’anima, senza disporre dei fondamenti descritti è destinata a fallire, come infatti succede oggi nel campo delle pseudopsicoterapie contemporanee. Senza un’adeguata conoscenza dell’anima, senza la dovuta autoconoscenza, nessuna cura psichica è possibile, all’ignoranza seguono errore e malia, dunque malattia. L’anima che dimora nell’ignoranza metafisica dell’Essere, del Bene e di sé, è “morta” a se stessa e giace sepolta nel soma, nella “tomba”, priva di ogni felicità. La via che risolve lo stato di morte e fa “risorgere” l’anima è una via di conoscenza, di autoconoscenza, la cui essenza è definita dal gnothi sauton, “conosci te stesso”, monito espresso dal Dio Apollo in quanto Medico e trasmesso dal Dio attraverso la sua presenza nelle teofanie dei maestri sapienti della tradizione. L’ignoranza ontologica è il primo elemento che costituisce malia, soggezione al male, all’illusione e all’alienazione. Dalla malia-illusione deriva inquietudine, pena di esistere, vuoto ontologico, inconsistenza, paura, angoscia, vuota brama dell’impermanenza, del non essere, tendenza ad affermazioni vuote e fantasmatiche, ecc.

L’anima deve rientrare in se stessa, nel suo fondamento ontologico, ciò può essere fatto solo attraverso la conoscenza metafisica che libera dall’ignoranza, dall’errore illudente, dall’alienazione della coscienza riflessa e dell’alterità del mondo e del corpo. L’anima deve prendere atto della radice del male e rimuoverla completamente, altrimenti non ci sarà soluzione alla sua pena, una pena non riconosciuta, che si manifesta con la brama di esistere, con l’attaccamento al divenire, all’identità avventizia e accidentale, che si ripiega nel desiderio di vita corporea, nella brama del piacere carnale e del benessere sensuale. Tutti questi caratteri sono patologici, sono i prodotti della soggezione all’ignoranza e alla relativa malia, la loro durata è legata alla permanenza dell’illusione, costituita da potenze oscure che opprimono l’anima. L’illusione infonde all’anima anche la paura del dolore e della morte, ma queste paure sono inestinguibili se non si risolve lo stato di prigionia costituita con la venuta al mondo e al corpo. In ogni caso, se non si rimuove completamente l’ignoranza, e perciò se non si ricompone lo stato di integrità intellettuale originale, l’anima si muoverà solamente di illusione in illusione, di malia in malia, di malattia in malattia, magari sviata da falsi psicoterapeuti. Solo con l’eliminazione dell’ignoranza cesseranno l’errore e l’errare, e con essi ogni vana agitazione inquieta nell’esistenza penosa.

Occorre comprendere che ogni diminuzione dell’attività contemplativa dell’Essere Intelligibile, del Vero, del Bello, costituisce una privazione, un procedere nella dimensione inferiore dell’essere. Ma degradare, discendere, andare sotto è svb-ferire, perciò quando l’anima patisce una privazione del suo atto plenario, prova pena e fino a quando questa privazione non è stata risolta, l’anima soffrirà, proverà una pena dolorosa, che cercherà di lenire con vari palliativi, non solo in una singola esistenza, ma anche in molteplici esistenze. Un vero terapeuta sa riconoscere i segni della pena, sa vedere la sofferenza ontologica, gnoseologica ed epistemica. Ad esempio, la presenza inestinguibile del desiderare, de-siderare, ovvero di uno stato che costituisce la negazione del con-siderare, è segno di soggezione alla pena. Il verbo “siderare” è sinonimo di “contemplare”, in quanto rivolgere la mente ad sidera significa rivolgerla agli astri, agli enti siderei, celesti, presenze immanenti e sensibili dei principi divini trascendenti. Tanto più l’anima riduce l’attività contemplativa, tanto più si sviluppa in lei la presenza del desiderio, quando la contemplazione celeste, il considerare, si estingue del tutto a seguito dell’incarnazione, l’anima si riduce completamente al desiderare, perciò patisce la privazione, la pena del suo atto, la soggezione al non essere, alla oscura inerzia immersa nella corporeità. Questa pena è una sofferenza che può essere risolta solamente ripiegando l’anima su se stessa, sul suo essere proprio, convertendola all’attività intelligibile, conformi alla sua natura. Ma quanti sono coloro, nell’attuale panorama della pseudopsicologia e della relativa pseudopsicoterapia, che trattano il desiderio dell’anima a partire dalla sua natura misterica e metafisica? Quanti sono poi quelli che sono in grado di dirigere l’anima alla completa risoluzione del desiderare? Purtroppo nell’ambito delle false psicologie profane non vi sono psicoterapeuti che indirizzano l’anima verso l’estinzione del desiderio, che propongono la risoluzione dell’attività concupiscibile, anzi è proprio il contrario. Vi sono sedicenti psicoterapeuti che fomentano lo sviluppo del desiderio, in tutte le sue indefinite varianti e considerano persino benefico per l’anima sottomettersi alla fruizione del piacere sensibile o, come oggi si dice, del “benessere”. In questo caso si produce uno scambio diabolico, invece di orientare l’anima alla sapienza, sua vera salute, e alla relativa beatitudine, immateriale e separata, la si consegna al male, allontanandola in maniera definitiva dalla sua destinazione finale.

Vi sono false psicologie e relative false psicoterapie, che giudicano la soggezione dell’anima al corpo come un bene, lo stato brotos dell’anima, come una normale condizione psichica. Inoltre reputano che vi siano desideri umani “buoni”, per cui, sulla base di questi grossolani errori, che inducono tanti malcapitati ad una terapia a rovescio, nelle persone che si sottomettono ai vari trattamenti sono coltivate le illusioni e ingigantiti gli errori più diversi. Quando poi si parla dello sviluppo dell’uomo, dell’uomo carnale, come uno sviluppo esistenziale “in pienezza”, si dicono cose propriamente diaboliche, in quanto la costituzione nell’esistere è propriamente un inviluppo, l’esistenza è un vuoto, non un “pieno”, è una sovrapposizione illusoria all’Essere, la cui natura, i più diversi cultori di vane psicoterapie, nemmeno immaginano. E poi, che ne è della rigorosa disciplina morale che l’anima deve porre in atto come condizione indispensabile per ogni suo risanamento? Le varie psicoterapie trattano della realizzazione delle diverse virtù? No, non si trova pressoché traccia della virtù nelle varie proposte psicoterapeutiche profane, tanto meno vi è traccia di discipline che consentano la piena emancipazione dell’anima dal corpo, in vista della sua elevazione al cielo, un’elevazione che è la sola che restituisce l’anima alla sua salute. Ma nel contesto profano descritto non si tratta nemmeno della prima separazione dal corpo, che costituisce il primo grado di salute relativo dell’anima stessa.

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