Le differenze fondamentali fra la psicologia e la psicoterapia filosofica tradizionale e le psicologie e le psicoterapie moderne e postmoderne

 

È necessario mostrare brevemente quali siano le principali differenze che la Scuola di Psicologia e Psicoterapia Filosofica Integrale Tradizionale presenta rispetto agli indirizzi pseudo psicoterapeutici contemporanei. Un’autentica psicologia deve possedere la conoscenza integrale della psiche, perciò deve avere una chiara nozione della sua origine, della sua natura, della sua funzione, della sua attività, inoltre deve conoscere esattamente quale sia il bene dell’anima e perciò anche quale sia la sua salute. Se poi la psicologia vuole essere fondamento di psicoterapia deve possedere una completa cognizione del male in sé, poi del male relativo all’anima, inoltre deve distinguere che cosa è realmente patologico da ciò che non lo è, quindi deve descrivere la genesi del male e distinguere i diversi gradi di malignità-malattia che caratterizzano l’anima malata. In relazione a tutto ciò non può essere esclusa da un’autentica psicologia la conoscenza della catabasi, del processo che associa l’anima al corpo e costituisce l’uomo sensibile e vivente, delle relazioni esistenti fra anima e corpo, dei rapporti che le facoltà dell’anima costituiscono col cervello e il sistema nervoso e infine occorre conoscere la situazione dell’anima incarnata e la condizione di pena dell’uomo carnale. Allo stesso modo un’adeguata psicoterapia non può ignorare l’insieme della prassi anabasica che consente di risolvere la soggezione dell’anima alla natura titanica e poi di trascendere la dimensione cosmica e temporale, fino alla completa liberazione dal male.

L’insieme della prassi filosofica integrale tradizionale costituisce un patrimonio di valore universale, trasmesso nei millenni dai maestri e dai discenti nell’arte, questa prassi fonda sulla scienza metafisica integrale dell’anima e si traduce in una disciplina terapeutica consolidata e sperimentata, di sicura efficacia. Qualsiasi “terapia” che si arroga il trattamento della sofferenza dell’anima, senza disporre dei fondamenti descritti è destinata a fallire, come infatti succede oggi nel campo delle pseudopsicoterapie contemporanee. Senza un’adeguata conoscenza dell’anima, senza la dovuta autoconoscenza, nessuna cura psichica è possibile, all’ignoranza seguono errore e malia, dunque malattia. L’anima che dimora nell’ignoranza metafisica dell’Essere, del Bene e di sé, è “morta” a se stessa e giace sepolta nel soma, nella “tomba”, priva di ogni felicità e di ogni salute. La via che risolve lo stato di morte e fa “risorgere” l’anima è una via di conoscenza, di autoconoscenza, la cui essenza è definita dal gnothi sauton, “conosci te stesso”, monito espresso dal Dio Apollo in quanto Medico e trasmesso dal Dio attraverso la sua presenza nelle teofanie dei maestri sapienti della tradizione. L’ignoranza ontologica è il primo elemento che costituisce malia, soggezione al male, all’illusione e all’alienazione. Dalla malia-illusione derivano inquietudine, pena di esistere, vuoto ontologico, inconsistenza, paura, angoscia, vuota brama dell’impermanenza, del non essere, tendenza ad affermazioni vuote e fantasmatiche, ecc.

L’anima deve rientrare in se stessa, nel suo fondamento ontologico, ciò può essere fatto solo attraverso la conoscenza metafisica che libera dall’ignoranza, dall’errore illudente, dall’alienazione della coscienza riflessa e dell’alterità del mondo e del corpo. L’anima deve prendere atto della radice causale del male e rimuoverla completamente, altrimenti non ci sarà soluzione alla sua pena, una pena non riconosciuta, che si manifesta con la brama di esistere nel tempo e nel corpo, con l’attaccamento al divenire, all’identità avventizia e accidentale, che si ripiega nel desiderio di vita corporea sensibile, nella brama del piacere carnale e del benessere sensuale. Tutti questi caratteri sono patologici, sono i prodotti della soggezione all’ignoranza e alla relativa malia, la loro durata è legata alla permanenza dell’illusione, costituita da potenze oscure che opprimono l’anima. L’illusione infonde all’anima anche la paura del dolore e della morte, ma queste paure sono inestinguibili se non si risolve lo stato di prigionia costituita con la venuta al mondo e al corpo. In ogni caso, se non si rimuove completamente l’ignoranza, e perciò se non si ricompone lo stato di integrità intellettuale originale, l’anima si muoverà solamente di illusione in illusione, di malia in malia, di malattia in malattia, magari sviata da falsi psicoterapeuti. Solo con l’eliminazione dell’ignoranza cesseranno l’errore e l’errare, e con essi ogni vana agitazione inquieta nell’esistenza penosa.

Occorre comprendere che ogni diminuzione dell’attività contemplativa dell’Essere Intelligibile, del Vero, del Bello, costituisce  una privazione, un procedere nella dimensione inferiore dell’essere. Ma degradare, discendere, andare sotto è svb-ferire, perciò quando l’anima patisce una privazione del suo atto plenario, prova pena e fino a quando questa privazione non è stata risolta, l’anima soffrirà, proverà una pena dolorosa, che cercherà di lenire con vari palliativi, non solo in una singola esistenza, ma anche in molteplici esistenze. Un vero terapeuta sa riconoscere i segni della pena, sa vedere la sofferenza ontologica, gnoseologica ed epistemica. Ad esempio, la presenza inestinguibile del desiderare, de-siderare, ovvero di uno stato che costituisce la negazione del con-siderare, è segno di soggezione alla pena. Il verbo “siderare” è sinonimo di “contemplare”, in quanto rivolgere la mente ad sidera significa rivolgerla agli astri, agli enti siderei, celesti, presenze immanenti e sensibili dei principi divini trascendenti. Tanto più l’anima riduce l’attività contemplativa,  tanto più si sviluppa in lei la presenza del “desiderio”, quando la contemplazione celeste, il considerare, si estingue del tutto a seguito dell’incarnazione, l’anima si riduce completamente al desiderare, perciò patisce la privazione, la pena del suo atto, la soggezione al non essere, all’oscura inerzia dovuta all’immersione nella corporeità. Questa pena è una sofferenza che può essere risolta solamente ripiegando l’anima su se stessa, sul suo essere proprio, convertendola all’attività intelligibile, conforme alla sua natura. Ma quanti sono coloro, nell’attuale panorama della pseudopsicologia e della relativa pseudopsicoterapia, che trattano il desiderio dell’anima a partire dalla sua natura misterica e metafisica? Quanti sono poi quelli che sono in grado di dirigere l’anima alla completa risoluzione del desiderare? Purtroppo nell’ambito delle false psicologie profane non vi sono psicoterapeuti che indirizzano l’anima verso l’estinzione del desiderio, che propongono la risoluzione dell’attività concupiscibile, anzi è proprio il contrario. Vi sono sedicenti psicoterapeuti che fomentano lo sviluppo del desiderio, in tutte le sue indefinite varianti e considerano persino benefico per l’anima sottomettersi alla fruizione del piacere sensibile o, come oggi si dice, del “benessere”. In questo caso si produce uno scambio diabolico, invece di orientare l’anima alla sapienza, sua vera salute, e alla relativa beatitudine, immateriale e separata, la si consegna al male, allontanandola in maniera definitiva dalla sua destinazione finale.

Vi sono false psicologie e relative false psicoterapie, che giudicano la soggezione dell’anima al corpo come un bene, lo stato brotos dell’anima come una “normale” condizione psichica. Inoltre reputano che vi siano desideri umani “buoni”, per cui, sulla base di questi grossolani errori, che inducono tanti malcapitati ad una terapia a rovescio, nelle persone che si sottomettono ai vari trattamenti sono coltivate le illusioni e  ingigantiti gli errori più diversi. Quando poi si parla dello sviluppo dell’uomo, dell’uomo carnale, come uno sviluppo esistenziale “in pienezza”, si dicono cose propriamente diaboliche, in quanto la costituzione nell’esistere è propriamente un inviluppo, perché l’esistenza, rispetto all’Essere, è un “vuoto”, non un “pieno”, è una sovrapposizione illusoria all’Essere, la cui natura, i più diversi cultori di vane psicoterapie, nemmeno immaginano. E poi, che ne è della rigorosa disciplina morale che l’anima deve porre in atto come condizione indispensabile per ogni suo risanamento? Le varie psicoterapie trattano della realizzazione delle diverse virtù? No, non si trova pressoché traccia della virtù nelle varie proposte psicoterapeutiche profane, tanto meno vi è traccia di discipline che consentano la piena emancipazione dell’anima dal corpo, in vista della sua elevazione al cielo, un’elevazione che è la sola che restituisce l’anima alla sua Salute. Ma nel contesto profano descritto non si tratta nemmeno della prima separazione dal corpo, che costituisce il primo grado relativo di salute dell’anima stessa.

Le moderne psicoterapie si sono costituite a seguito dell’abbandono delle psicologie e delle psicoterapie filosofiche e religiose tradizionali. Il processo di alienazione si è sviluppato particolarmente fra il XVI e il XVIII secolo e ha permesso, nel XIX e nel XX secolo, di dare corpo a diversi indirizzi “curativi” dell’anima, aventi un carattere aberrante. Da quando Wolff, a metà del XVIII secolo, ha inaugurato la distinzione fra la psicologia sperimentale, di carattere fenomenico ed empirico, e la psicologia filosofica,  di carattere essenziale e metafisico, la psicologia moderna ha lasciato progressivamente l’orizzonte dei suoi fondamenti ontologici e ha spostato il fuoco dell’attenzione sulle attività esteriori delle facoltà dell’anima, distogliendolo da ciò che costituisce la sua essenza eterna, la sua natura metafisica, la sua origine, la sua funzione. I principi fondamentali della retta conoscenza filosofica dell’anima sono stati prima posti sullo sfondo e poi, dal XIX secolo, abbandonati. Così è calato il velo su ciò che comporta l’associazione dell’anima al corpo e sulla sua condizione carnale, così come sui processi di liberazione dell’anima dai vincoli corporei e dalla sofferenza che produce l’incarnazione.

Con l’affermazione del positivismo, la scienza psicologica ha ridotto ancora il suo campo di indagine, la sua ricerca, sempre più oscura, si è limitata esclusivamente all’esame dei processi psichici contingenti ed esteriori delle facoltà dell’anima incarnata. Dalla metà del XIX secolo si è consumato il passaggio dalla filosofia dell’anima, ancora sviluppata fra Seicento e Settecento, alle neuroscienze di carattere positivistico e materialistico, da allora ogni discorso astratto sull’anima è stato reputato “non scientifico”, perché solo ciò che risulta empiricamente dimostrabile può essere tenuto in considerazione come “vero”. In questo modo all’anima viene progressivamente tolta qualsiasi identità sostanziale permanente, la “coscienza” e la “mente”, così come i loro processi, finiscono per essere considerati come epifenomeni contingenti della materia, attività inerenti al corpo che, con la dissoluzione del corpo, si dissolvono. Le cosiddette “scuole” della psicologia moderna nascono su queste basi, quando la psicologia tradizionale, ormai profanata, ha perduto l’anima.

Nonostante il nome che porta, la psicologia moderna non possiede più una rigorosa “scienza dell’anima”, è un ente dal carattere molto involuto, un prodotto del degrado della psicologia religiosa e filosofica tradizionale, che in qualche modo si era conservata fra Seicento e Ottocento. L’anima è la grande assente nella moderna “psicologia senz’anima”, le vaghe e confuse descrizioni della psiche, che si trovano ancora raramente nei trattati o nei testi scolastici, sono largamente insufficienti e piene di errori. Negli ultimi tempi sia la psicologia che la psicoterapia si sono conformate all’ambito delle “scienze della natura”, perciò hanno accresciuto la loro dipendenza nei confronti delle neuroscienze, facendosi assorbire via via in futili dettagli contingenti di processi psichici esteriori, perdendo così ogni possibilità di approcciare adeguatamente l’anima dell’uomo. L’ultimo indirizzo psichiatrico è un evidente segno di questo processo. Con decisione e precisa avversione la psicologia moderna ha voluto prendere le distanze dalla religione, il caso di Freud è esemplare a questo proposito, ma anche dalla filosofia, per ricostituire una parodia della psicologia e della psicoterapia. Così la cura dell’anima di tipo tradizionale è stata riproposta in termini rovesciati e caricaturali, la figura di Jung è la più emblematica al riguardo, la sua “psicoterapia” è priva di una vera conoscenza della psiche, perciò la cura che viene indicata è del tutto inefficace per costituire la salute psichica autentica. Perduto ogni fondamento metafisico, abbandonata ogni visione autenticamente religiosa e filosofica tradizionale, la psicologia è divenuta oggi un fenomeno vuoto, privo di basi epistemiche. Poggiando sul non essere, ogni “psicoterapia” moderna non è che illusione, la sua prassi accresce il vincolo titanico e l’alienazione, perciò costituisce l’opposto di ogni autentica cura dell’anima.

Nell’attuale situazione sociale europea, ogni orizzonte religioso e filosofico tradizionale è stato pressoché abbandonato, per essere sostituito con il suo contrario, perciò ovunque domina una visione radicalmente materiale del mondo e  dell’uomo, dalla quale procede la negazione di ogni elemento spirituale che trascenda la materia. Questo indirizzo ha favorito la concezione aberrante dell’uomo come ente carnale radicale, totalmente determinato dal principio titanico e ha determinato lo sviluppo delle diverse possibilità inferiori dell’esistenza sensibile, in modo che l’anima possa sprofondare nella radice oscura e terminale della manifestazione inferiore. Il processo di alienazione dell’anima dall’Essere Divino è stato ormai completato, a causa di ciò l’uomo conduce una vita pressoché esclusivamente dedita all’irrazionalità edonistica estrema, promossa dall’errore del progressismo materiale, del salutismo carnale e dell’efficientismo lavorativo ed economico. La dipendenza credula da queste mostruosità, favorisce il  senso crescente di vuoto, di angoscia, di tristezza e depressione, stati dell’anima ai quali si associano anche un senso di instabilità, varie insicurezze, paure di ogni genere, sofferenze esistenziali, che portano alle più estreme forme di compensazione e alla ricerca di vie di fuga e di stordimento. In questa situazione sociale sono proliferate le nuove psicologie e le relative varie psicoterapie, prive di ogni natura religiosa o filosofica autentica, favorite dalla decomposizione della struttura psichica e morale dell’uomo, seguita al suo sradicamento dalle autentiche tradizioni spirituali. Le varie proposte psicologiche e psicoterapeutiche attuali sono anch’esse fenomeni appartenenti al degrado ultimo dell’umanità, sono espressioni della sua sofferenza, dell’ignoranza e dell’alienazione dell’ultimo uomo. Gli indirizzi curativi postmoderni sono privi di un’autentica scienza dell’anima, perciò non possono conoscere quali siano il bene e il male psichico, inoltre non possiedono un’adeguata scienza della genesi della patologia psichica, pertanto non possono disporre di un’appropriata terapia.

Le diverse “terapie” hanno perciò un carattere vano e ingannevole, ciò è palesemente evidente nelle psicologie e nelle psicoterapie più grossolanamente materialistiche, ma questi caratteri sono presenti anche in quegli indirizzi che, accortisi in certo modo dell’aberrazione in corso, hanno tentato di recuperare l’autentica scienza dell’anima e i mezzi appropriati per risolvere il male psichico. In questo ultimo senso non si è fatto di meglio che fare ricorso in modo irregolare alle tradizioni spirituali plurimillenarie, alle loro dottrine e alle loro pratiche, plagiandole e alterandole attraverso giudizi e  opinioni umane e profane, per adattarle alle aberranti visioni del mondo e dell’uomo dei singoli “psicologi”, alcuni di essi intenti a concordare la loro opera con le “scoperte” della fisica postmoderna o con le concezioni evoluzionistiche nate nella seconda parte dell’Ottocento e giunte oggi a sviluppi estremi. E’ ad esempio il caso della psicologia analitica junghiana, così come della psicologia umanistico-esistenziale, ma anche della psicosintesi e in special modo della psicologia transpersonale, ultimamente definita anche psicologia integrale. In quest’ultimo caso è presente il tentativo di ricostituire una vera e propria tradizione spirituale rinnovata, ma presa in qualche modo a rovescio, con fini parodistici e sovversivi. La vera natura della psicologia transpersonale o integrale è ignota ai suoi fattori, i quali dicono di rifarsi alla “filosofia perenne”, ma in realtà, interpretandola male, se ne discostano completamente, infatti le “dottrine” che  presentano sono fondate su concezioni che non hanno la benché minima corrispondenza con le dottrine religiose tradizionali, come ad esempio la concezione evoluzionistica o quella temporalistica o quella reincarnazionistica. La psicologia transpersonale, così come quella integrale, sono  fra  i più inquietanti e pericolosi indirizzi della psicologia postmoderna; il loro carattere è antitradizionale, ma il loro potere suggestivo è molto forte, perché mescolano verità tradizionali con falsità profane, con lo scopo di fare servire le prime alle seconde, tutto ciò sortisce i peggiori effetti, dai quali molti soggetti ignari e bisognosi non sanno sottrarsi.

Vi è da dire infine sulla pretesa rinascita delle pratiche filosofiche antiche nella postmodernità, un fenomeno che ha preso corpo grazie all’opera di alcune figure come Gerd Achenbach, Pierre Hadot, Michel Focault, Marta Nussbaum. In queste personalità gli studi eruditi sulle tradizioni filosofiche antiche sono stati mescolati con grossolani pregiudizi profani moderni, cosa che accade spesso oggi, specie in Achenbach e  Focault. Il loro intento comune è stato quello di fornire una nuova via per affrontare il disagio esistenziale e psichico dell’uomo postmoderno, sollecitato anche dalla manifesta inefficacia delle diverse forme della psicoterapia contemporanea. Perciò hanno pensato di rivitalizzare la filosofia, sottraendola dallo sterile ed autoreferenziale ambiente accademico, per farne un’efficace disciplina per la soluzione dei “veri problemi vitali degli uomini” [Achenbach G., La consulenza filosofica, Milano 2004, pagg. 15-16]. Nonostante gli sforzi in atto da alcuni decenni, il prodotto derivato non è che una caricatura dell’autentica filosofia religiosa e iniziatica tradizionale. Appiattito su una conoscenza assai riduttiva dell’anima e della sua cura filosofica, fortemente dipendente da uno stoicismo limitato, come quello imperiale di Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, il recupero della filosofia antica nasce mutilo e spurio. L’esasperazione del pragmatismo esteriore e la concentrazione sulla dimensione esistenziale o addirittura fenomenologica non può venire incontro all’uomo attuale. La pressoché assenza di ogni indirizzo contemplativo trascendente, alla quale si aggiunge, molto spesso, lo scambio del dominio spirituale con quello psichico, fanno di questo indirizzo neofilosofico una forma di riadattamento rovesciato, uno pseudo recupero della filosofia tradizionale. Ma l’applicazione produce danni, più o meno seri, alle anime che si rivolgono alle nuove “pratiche filosofiche”, le quali convinte persino di percorrere una via migliore delle altre, dalle quali si sono sottratte, stanno in realtà percorrendo un’altra variante di ciò le svia dal bene.

Dal tentativo generale di recupero di pratiche filosofiche originarie, volte alla cura di “sé”, si è poi sviluppata un’indefinita e profana “consulenza filosofica”, organizzata ormai in istituti scolastici e ordinata in albi professionali, che raccolgono quanti si sono formati sulle “idee” dei fautori di questo indirizzo “filosofico” negli ultimi trenta anni. Alla consulenza filosofica si dà il crisma di “professione”, è insomma un lavoro, con un preciso fine di lucro, una modalità del tutto impropria e completamente priva di ogni corrispondenza con ciò che costituisce la vera attività filosofica, specialmente con quanto professato da Socrate, al quale i sedicenti consulenti filosofici vorrebbero spesso rifarsi in modo strumentale. Ogni tentativo rivolto all’anima, in funzione del suo bene, è destinato a fallire se si pone fuori dall’autentica e regolare tradizione filosofica e quindi dalla relativa disciplina che libera dall’ignoranza originaria. Va precisato ancora una volta, le scienze e le discipline filosofiche e mediche sono state costituite in principio dal Dio Apollo e trasmesse secondo una regolare ed autorevole tradizione nei millenni, affinché fossero conservate le modalità originarie della prassi e, con esse, la loro efficacia curativa. È Apollo che ha fondato in principio la Divina Filosofia Medica e dunque la cura esemplare e perfetta dell’anima, a ciò che il Dio  ha costituito nella perfezione nulla può essere aggiunto, né può essere modificata impunemente la sua disposizione da parte di uomini profani. Il rispetto della tradizione divina è fondamentale, la tradizione va osservata con rigore, pena la perdita del suo senso, del suo fine e della sua efficacia. Tutta la vera filosofia procede sempre dal Principio della Sapienza Medica Eterna, Apollo, ad esso ogni filosofo e ogni praticante la direzione filosofica autentica deve riferirsi, in quanto il Dio è il principio, il mezzo e la fine di ogni soluzione dell’ignoranza, essendo il Vero in Se Stesso, il Perfetto Essere nudo.

La Scuola di Psicologia e Psicoterapia Filosofica Integrale Tradizionale si distingue perciò da tutti gli indirizzi psicologici, filosofici e religiosi non tradizionali e da ogni concezione profana che neghi la natura dell’anima, il suo bene e la via che la costituisce nella sapienza autentica e quindi nella perfezione della sua salute. Ad ogni approccio profano all’anima manca sempre l’essenziale, la Verità Divina, l’Autorità Spirituale, l’esperienza ieratica e la tradizione plurimillenaria dei maestri inerranti.

Inviato dal Dio Apollo, Socrate, per primo, ha definito dialetticamente una “psicologia filosofica” e una conseguente “psicoterapia mistica”, una scienza e una prassi che, sebbene precisamente delineate, non furono completamente sistematizzate, ma vennero ben radicate nel contesto dell’iniziazione misterica orfica e della sapienza metafisica pitagorica e parmenidea. Nell’Alcibiade Maggiore Socrate dimostra che la cura dell’anima, psyches-therapeia, è tutto per l’uomo, perché il vero uomo è anima, specialmente è principio essenziale dell’anima, nous, la cui natura è divina, immateriale e immortale. Perciò dunque la cura essenziale di sé è cura dell’essenza dell’anima, del nous, dell’intellectvs, elemento incorruttibile che costituisce la reale identità permanente di ogni soggetto individuale determinato. Non si possono abbandonare i fondamenti metafisici della psicologia e della psicoterapia, altrimenti queste perdono ogni significato e dunque anche il senso della loro esistenza, riducendosi a mere parodie vuote delle loro forme originarie.

Non esiste una vera psicologia se non è fondata su una compiuta ed autentica scienza sacra dell’anima, non vi può essere  psicoterapia se non produce una psicagogia iniziatica. Chi non conosce l’anima non può curarla, né può prendersi cura di sé. Perciò l’autoconoscenza essenziale dell’anima è principio di ogni cura, therapeia, non nel senso di un trattamento di presunte “malattie psichiche” esteriori, ma nel senso di cultura, sviluppo dell’attività fondamentale dell’anima, attraverso la liberazione da ciò che ne impedisce la libera e virtuosa azione. Gli squilibri psichici esteriori derivano dalla malattia essenziale di cui soffre l’anima nel corpo, ovvero la anoia o agnosia, la mancanza dell’attività del nous-intellectvs-mens. Se il nous non è attivo vi è amathia, insipienza, in primis ignoranza di sé e della propria natura, da ciò derivano l’alienazione nel falso ego psichico prima e poi nel falso ego carnale sensibile e tutte le passioni-vizi che queste identificazioni alienanti comportano.

La vera therapeia è disciplina del therapeuein, è eliminazione, separazione, attraverso l’esercizio della “parola misurante” o del verbo “rimediante”, del teras, della smisuratezza, di ciò che non è conforme alla misura essenziale dell’essere dell’uomo. La therapeia è dunque “cura dell’essere”, “purificazione dell’essenza” da ciò che non attiene alla sua misura, al suo atto, inoltre la terapia è arte apollinea, l’arte  propria di Apollon Iatros, ovvero del Dio che si identifica all’Essere Uno Supremo. Rimuovendo il teras, il difforme, ciò che non inerisce alla sua natura, il nous dell’uomo ritrova la sua unità e la sua pura attività. Dunque la vera therapeia tradizionale è cultura dell’essere essenziale dell’uomo, al fine di attuare pienamente ciò che costituisce la sua natura. Socrate chiama la cultura dell’anima paideia, attraverso la paideia l’anima ricostituisce il suo stato originario di perfezione, quello stato che possedeva nella sua costituzione iperurania, nella quale contemplava il Bene, l’Uno. Perciò la scienza dell’anima, la psicologia autentica, rende possibile la vera psicoterapia, centrata sulla conoscenza metafisica di sé e sulla cultura dell’essere inerente. La paideia svincola progressivamente  la psiche dai vincoli della individuazione titanica, attraverso la disciplina filosofica essa porta alla realizzazione di diversi stati superiori dell’essere a cui conseguono precise virtù. La paideia attua la catarsi dalla natura titanica, da ciò che è teras per l’anima, così il suo atto essenziale può essere ripristinato e con esso la perfetta contemplazione divina del Bene. Il pieno possesso dell’atto libero del nous si identifica propriamente con sophia-sapientia, solo in questo atto l’anima è rigenerata e consegue la palingenesi, perciò fruisce della sua salute autentica.

La via filosofica platonica è fondata sui termini metafisici esemplari della scienza divina dell’anima e, allo stesso tempo, esprime la prassi terapeutica integrale della psiche. È attraverso la paideia filosofica, la cultura reale dell’anima essenziale dell’uomo, che si traduce nel bios theoretikos, che l’anima può raggiungere la sua hyghieia, la sua salute, ovvero sophia. Sophia è dunque il risultato della cultura-cura filosofica che libera l’anima dalla soggezione alla natura titanica,  questo risultato è prodotto dalla disciplina della omoiosis theo, fino alla costituzione della contemplazione diretta dell’Uno Bene, che identifica l’anima ad Esso nella henosis. Qualsiasi limitazione della scienza originale dell’anima, e della relativa psicoterapia, costituisce un degrado, un inviluppo, che dà luogo a forme parziali ed erronee, perciò false, di “psicologia” e “psicoterapia”, così come a forme vane di “cura di sé” o di “consulenza filosofica”. Quando il degrado è completo, come nella psicologia postmoderna o nella pratica filosofica di natura nichilistica, della vera psicologia e della vera psicoterapia nulla rimane, restano solo forme vuote, illusorie, parodie che si sostituiscono alle forme originarie, che svolgono la funzione di condurre l’uomo, attraverso un radicale inganno, all’annientamento nel non essere, sottomettendolo alla pena più atroce in cui possa incorrere.

[Dalla presentazione della Scuola di Psicologia e Psicoterapia Filosofica Integrale Tradizionale, a cura di L.M.A. Viola]

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